Con l’avvento di Timothy Dalton, attore più drammatico rispetto allo scanzonato predecessore Roger Moore, si registra l’inedito adattamento della controparte femminile a un agente che mostra più profondità e che porta in superficie sentimenti raramente filtrati dall’ironia. La Kara Milovy di “Zona Pericolo”, violoncellista impersonata dalla bella attrice inglese Maryam D’Abo, incarna perfettamente i nuovi canoni richiesti e, rispetto al passato, sarà l’unica Bond-girl del film.
Come in uno specchio, il suo personaggio riflette un Bond strettamente concentrato sulla missione e refrattario a frivole pause di ricreazione sessuale, se non alimentate dal vero sentimento.
Kara trasmette l’immagine della classica brava ragazza, talentuosa, di sani principi, marcatamente ingenua e ignara di essersi invischiata in un pericoloso pasticcio internazionale di spie.
In lei, non vi è nulla di intrigantemente torbido o peccaminoso: viso dai tratti delicati, capelli biondi corti sulle spalle, abiti semplici e non provocanti, sguardo gentile e talvolta spaurito, che suscita molta tenerezza e poco testosterone.
All’interno della trama, il personaggio di Kara assume una rilevanza strutturale e non meramente decorativa, come avvenuto per le Bond-girl di altri episodi. Il tratto di uno 007 monogamo e, a suo modo, emotivo è reso credibile dalla candida estraneità di Kara al bieco sviluppo d’interessi, cinismo e morte che caratterizza l’ambiente dello spionaggio. E’, dunque, proprio questo corpo estraneo a mostrare a Bond la luce di nuovi mondi possibili e a scioglierne, infine, la proverbiale durezza.







